Chiara Taigi: “L’opera non deve essere musealizzata ma vissuta”
Intervista a Chiara Taigi, tra crisi della musica, giovani e responsabilità dell’artista
In un momento in cui la lirica sembra navigare nell’incertezza e nella crisi profonda, tra taglio delle risorse, perdita di spettatori e celerità produttiva, nel settore rimane essenziale il ruolo dell’artista. Dunque la capacità di erigersi a filo d’unione tra le nuove generazioni e le tradizioni centenarie di cui l’opera si fa custode. Ne abbiamo parlato con Chiara Taigi, soprano tra i più riconoscibili del panorama lirico italiano.
Lei è una delle voci italiane più famose nel mondo della lirica. Essere donna rappresenta ancora una difficoltà per emergere in questo settore?
Sì, è sicuramente una sfida, ma non è una condanna. Il mondo della lirica è complesso, storicamente attraversato da dinamiche di potere, fin dai tempi di Giuseppina Strepponi e Giuseppe Verdi.
Le donne, ancora oggi, devono dimostrare il doppio. Per me questo si è trasformato in forza, preparazione, rigore e autorevolezza, sempre con dolcezza. La voce femminile ha molto da dire e da insegnare. Noi siamo fortissime e fragilissime allo stesso tempo.
Come descriverebbe l’approccio alla musica nel nostro Paese?
L’opera nasce in Italia, ed è un fatto unico al mondo. Ma siamo diventati prigionieri della nostra grandezza passata. Oggi serve il coraggio di valorizzare i giovani, dando loro il tempo di maturare, non riducendo le prove a soli pochi giorni prima di mandarli in scena. La musica non si comprende nella superficialità, ma nella profondità. L’Italia resta la culla dell’opera, ma deve ritrovare il coraggio di guardare avanti.
Che differenze ha riscontrato nel modo di vivere e produrre musica all’estero?
All’estero l’opera è vista come qualcosa di prezioso perché non appartiene ad una tradizione diretta. Noi, invece, spesso la diamo per scontata. Questo non toglie che l’eccellenza organizzativa resti nei grandi teatri italiani che ho avuto la fortuna di vivere negli anni d’oro dei primi Duemila.
Ma in molti Paesi, soprattutto in Asia, oggi si percepisce grande rispetto e una forte organizzazione, che qui spesso manca. L’opera viene trattata come una vera industria culturale, nel senso più nobile del termine: l’artista è messo nelle condizioni di lavorare al meglio.
A proposito dell’artista, quale ruolo riveste oggi nella società contemporanea?
Ha il compito di elevare e non semplificare, perché la musica non è evasione ma responsabilità. Viviamo in un mondo veloce e rumoroso, mentre l’arte deve restituire profondità, bellezza e verità.
Non possiamo essere frettolosi e superficiali: dobbiamo riscoprire le sfumature della musica per comprenderne davvero il valore. Le grandi opere della storia sono nate grazie alla possibilità di concedersi il tempo per percepire l’emozione e nutrirne il pensiero.
Quali sono le principali criticità dell’opera lirica oggi in Italia?
La desertificazione del pubblico giovane. L’opera non deve essere musealizzata, ma vissuta. Non deve essere qualcosa da ‘portare a vedere’, ma da scegliere. Serve investire nella formazione e nella comunicazione per far comprendere alle nuove generazioni che non è elitaria. Mozart è diventato universale quando ha parlato al popolo, non quando era chiuso nelle corti.
Qual è la sua opinione sul caso che ha coinvolto Beatrice Venezi?
Il dibattito è legittimo, ma va mantenuto su un piano civile e rispettoso. È fondamentale distinguere il piano artistico da quello ideologico. Beatrice Venezi è una professionista che ha studiato e che ha acceso un confronto importante sul ruolo delle donne e sulla comunicazione nell’opera.
Vorrei che si valorizzasse il suo talento e il lavoro dedicato alla cultura, più che altri aspetti. L’arte deve parlare da sola, senza diventare terreno di scontro politico o ideologico.
Dopo lo scoppio della guerra, ha notato cambiamenti nei rapporti artistici con la Russia?
Sì, la cultura ha sofferto molto. Ho visto situazioni molto dolorose. Il primo viaggio verso la Russia l’ho fatto via terra, condividendo il percorso con famiglie e bambini in difficoltà. Sono state esperienze dure, che non avrei voluto vivere, ma che mi hanno insegnato molto.
La musica è stata un collante in questi anni difficili. Non ho guardato alle fazioni politiche, ma al cuore delle persone. Il mio pubblico mi segue da vent’anni e non potevo lasciarlo solo. Nei miei concerti, dedicati alla pace e alla spiritualità, si respira sempre un forte desiderio di preghiera e unione.
Quali consigli darebbe a chi desidera costruire una carriera nel suo settore?
Il primo requisito è non confondere mai il successo con la visibilità. Lo dico io, che ho fatto quasi quindici anni di televisione mentre studiavo, frequentavo grandi maestri e partecipavo a trasmissioni. Il mio focus, però, è sempre stato dare il massimo nel mio ruolo e imparare da chi mi stava formando, come Renata Tebaldi. La carriera lirica, infatti, non si costruisce con la visibilità immediata, ma solo con studio rigoroso e disciplina.
Bisogna ricordare che la voce è uno strumento fragilissimo, vivo e potentissimo: va rispettato e mai forzato. Altrimenti subentrano le paure, una dopo l’altra. Servono studio, disciplina e soprattutto silenzio interiore, centratura. Questo è il fondamento di tutto.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di febbraio 2026 (numero 1, anno 9)
