Vendita di IVECO alla indiana TATA
Intervista a Franco Fenoglio

Franco Fenoglio, oggi General Advisor di Rolfo, ha segnato la storia di IVECO dal
1992 al 2004 quando ne è uscito da Vice President International, Commercial &
Business Development.
Luca Barbassi, Direttore responsabile ed editoriale di “Trasportare oggi in Europa”
lo ha raggiunto al telefono per avere un suo commento sull’acquisizione da parte
di TATA della IVECO, azienda che proprio quest’anno ha compiuto 50 anni ed ha
fatto parte della galassia del “Gruppo Fiat”.
Dunque Dr. Fenoglio, dopo anni che si sente parlare di una vendita di Iveco
(addirittura si parlava di Daimler negli anni ’90), l’acquirente alla fine è
arrivato veramente. Qual è il primo commento a caldo?
Iveco era in condizioni tali da rendere difficile pensare ad alternative alla vendita. In
passato (2010/2012) ci fu un’offerta da un costruttore europeo, ma Sergio
Marchionne non volle vendere. Ora, dopo 10-15 anni, gli europei non avevano più
opportunità di fare offerte e gli indiani, in espansione e tradizionalmente forti nel
proprio paese, hanno colto l’occasione per espandersi a livello multinazionale. Per
Tata l’Europa, il Brasile e la Cina sono molto importanti, dato che non sono presenti
in questi mercati.
A suo parere, qual è la strategia vera di Tata? Quella di investire e di
rafforzare la leadership del marchio o quella di smembrarlo per dare spazio
alla produzione indiana?
Tata probabilmente utilizzerà il marchio Iveco, considerato un ottimo marchio in
Europa e nel mondo, anche grazie ai suoi motori diesel all’avanguardia. Non credo
che il nome Iveco verrà eliminato. Gli investimenti futuri e la scelta di utilizzare
componenti italiani/europei o indiani dipenderanno dalla qualità e dalla strategia di
Tata. Nel breve termine (un paio d’anni) si cercherà di ottimizzare l’esistente, poi si
vedrà la direzione futura. Il pericolo è la delocalizzazione dell’Italia verso altri
sistemi pur competitivi, ancora una volta a scapito dell’occupazione. Ricordo che
oggi in Italia Iveco impiega 14000 dipendenti, più l’indotto.
C’è chi dice però che gli indiani abbiano comprato più che altro il mercato, cioè
la rete, più che il know-how di Iveco. Lei cosa ne pensa?
Gli indiani hanno bisogno della tecnologia europea e quale migliore occasione di
approfittare della tecnologia di Iveco da tempo sul mercato, che è di ottima qualità e
con prodotti in sviluppo. Nel breve-medio termine, la tecnologia e i prodotti Iveco
saranno fondamentali per Tata. Il brand e il marchio dovrebbero essere conservati
nel breve-medio termine. In futuro, bisognerà vedere se continueranno a utilizzare
componenti europei o passeranno a quelli indiani, considerando le differenze di
costo e qualità. Per ora, comunque, i prodotti indiani sono ancora molto più indietro
rispetto ai nostri.
Torniamo all’operazione in sé. Secondo lei perché siamo arrivati a dover
vendere uno dei gioielli di Exor?
La mancanza di un piano industriale chiaro e condiviso, anche con il sistema paese,
ha portato a questa situazione. La Svezia (con Scania e Volvo), per esempio, pur
avendo solo 9 milioni di abitanti, ha attuato una strategia industriale precisa,
puntando sui camion e sostenendo le aziende (non con soldi, ma aiutando a definire
il futuro del paese). In Italia, invece, non si sono avute idee chiare e si è
procrastinato sugli investimenti (dal 2010 si sono rimandati per 4-5 anni, sul nuovo
pesante stradale), rendendo i prodotti obsoleti e quindi difficili da far competere con
gli altri marchi.
Quindi era una scelta inevitabile?
Sì, era una scelta inevitabile, anche se qualcosa si poteva ancora fare grazie alla
gamma e ai motori validi. Tuttavia, senza un grande piano di investimenti, era molto
difficile andare avanti e questo è un vero peccato perché ci ha visto perdere un
grande asset. Inoltre, ancora più sconcertante è che nel 2010 l’azienda era valutata
tra 9 miliardi e mezzo e 10 miliardi, oggi è stata venduta a 3 miliardi e 8: chi l’ha
comprata ha fatto un grande affare!
L’immensa galassia del gruppo Fiat ormai si sta smembrando pezzo dopo
pezzo. È una strategia che ha cominciato in realtà Marchionne, però accelerata
dagli Elkann. È la fine di una generazione di industriali italiani, insomma?
Marchionne ha fatto il possibile con le risorse disponibili. Gli azionisti hanno scelto
di investire sempre meno nell’automotive. È sicuramente la fine dell’industria
italiana nell’automotive, ma non necessariamente per gli industriali italiani in
generale. La preoccupazione maggiore riguarda l’indotto e l’occupazione:
smantellando grandi aziende, si rischia di perdere posti di lavoro e opportunità, con
gravi problemi per il futuro del paese.
Lei, Fenoglio, ha sicuramente segnato in maniera decisa la crescita di Iveco
negli anni in cui è stato all’interno di questa azienda? Un po’ di amarezza c’è,
vero?
Sì, c’è molta amarezza e – anche se è una coincidenza – c’è amarezza che questa
vendita sia avvenuta proprio nell’anniversario dei 50 anni dell’azienda. Negli anni
in cui ero in IVECO, Insieme a Boschetti e tutta la squadra, siamo riusciti in 10 anni
a portare Iveco da una perdita di 400 miliardi di vecchie lire al positivo, investendo
5.000 miliardi di vecchie lire per il rinnovo delle gamme. Vedere la situazione
attuale dopo tanto impegno è motivo di rammarico. Gli uomini (e le donne) di quella
squadra erano spinti da una grande passione, determinazione e volontà, lavorando
anche sabati e domeniche, cosa che oggi manca nei nuovi manager. Per un’azienda
come Iveco, che si basa molto sul rapporto con i clienti, la dedizione personale e
l’impegno di squadra sono fondamentali.
In una battuta finale cosa vede nel futuro di Iveco?
Potrebbe essere un’opportunità per qualcuno, ma il futuro di Iveco sarà deciso in
India, dove verranno formulate le strategie. L’Italia diventerà un mercato
secondario, un “fattore insignificante” in una galassia così grande, perdendo
centralità e importanza. Ci sono ancora altri brand italiani come New Holland
Construction e New Holland Agricolture… che fine faranno? Speriamo che almeno
per queste ci sia una strategia per tenerle in Italia, ma non ne sono certo!