Con “I Puritani” di Vincenzo Bellini, in edizione stellare al Metropolitan, si è ricordato il 101° anniversario della morte del “cigno” (Puteau, pré de Paris, 23 settembre 1835)

Carlo Majorana Gravina – foto Giacomo Orlando

«Mi trovo all’apice del contento! Sabato sera è stata la prima rappresentazione dei Puritani: ha fatto furore, che ancora ne sono io stesso sbalordito… Il gaio, il tristo, il robusto dei pezzi, tutto è stato marcato dagli applausi, e che applausi!». Così Vincenzo Bellini scriveva all’amico Francesco Florimo (musicista napoletano) dopo il debutto dell’opera “I Puriatni e i Cavalieri” al Theatre de la comédie italienne del 24 gennaio 1935. Proprio l’autore ne semplifica il titolo, come sarà consueto.

Meritorio tutto l’ente lirico etneo, dal sovrintendente Giovanni Cultrera di Montesano, per aver prodotto uno spettacolo con un cast stellare: Jessica Pratt (Elvira), Dmitri  Korchak (Arturo), Christian Federici (Sir Riccardo), Carlo Lepore (Sir Giorgio), Anna Pennisi (Enrichetta di Francia), Gaetano Triscari (Lord Gualtiero), Marco Puggioni (Sir Bruno) coordinati e diretti dal maestro Fabrizio Maria Carminati.

Sfida nella sfida, affrontata con solito piglio e coraggio, dall’ente: il terzultimo titolo della stagione, per necessità, a causa dei lavori di ristrutturazione in corso al teatro del Sada, è andato in scena  al teatro Metropolitan, con problemi tecnici non indifferenti.

La messa in scena, tradizionale, si è avvalsa dell’esperto regista Renato Bonajuto; scene, e la suggestiva illuminazione, delle proiezioni dell’architetto scenografo Vittoria Arcangelo Mazza; costumi firmati da Giovanna Adelaide Giorgianni. Coro, diretto e curato da Gianbartolo Porretta, sempre motivato, azione sui solisti, accurata e precisa in una lettura finalmente chiara di una trama non proprio scontata. Anche le seconde voci hanno fatto meritoriamente la loro parte.

Il melodramma, su libretto del conte Carlo Pepoli, ambienta la storia ai tempi di Cromwell, dopo la decapitazione di Carlo I d’Inghilterra, del 1649 e la fuga della di lui consorte Enrichetta di Francia, il cavaliere Arturo Talbo la salva dichiarandola sua promessa sposa. Elvira impazzisce, poi rinsavisce, quando l’amato sta per essere condannato a morte.

Per chi volesse sapere come andò a finire la vicenda politica: tornata la monarchia in Inghilterra, i puritani emigrarono in Nord America.

Jessica Pratt – con estensione vocale, agilità e gorgheggi straordinari -, ha incantato il pubblico e guidato il cast verso una esecuzione che lascerà memoria.

Al suo fianco brillante, eroico l’Arturo del tenore russo Dmitry Korchak: bella e nobile linea di canto, acuto sicuro e dotato di squillo anche nel Re sovracuto, scenicamente convincente. Ottimi i bassi Christian Federici e Carlo Lepore. Molto bene, nei ruoli di fianco, l’Enrichetta del mezzosoprano catanese Anna Pennisi, il Lord Gualtiero del baritono Gaetano Triscari e Sir Bruno del tenore Marco Puggioni.

La cavatina “A te, o cara, amor talora”, la polacca “Son vergin vezzosa”, il duetto “Sai com’arde in petto mio”, “O rendetemi la speme”, “Qui la voce sua soave”, “Vien, diletto, è in ciel la luna”, l’aria “Cinta di fiori e col bel crin disciolto”, il sestetto “Vieni fra queste braccia”, “A tal nome io mio pavento”, con il supporto dei cori «All’erta!», «O di Cromwell guerrieri, pieghiam la mente e il cor», «A festa!», «A te, o cara, amor talora» e «Suoni la tromba, e intrepido» hanno deliziato Catania e l’affezionato pubblico dei melomani catanesi, per una rappresentazione fuori sede.

redazione@thevoicekw.com

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