RECENSIONE I Puritani – Vincenzo Bellini, 23-24 settembre 2026
La rubrica dell’impiccione Viaggiatore . Recensioni Article
I Puritani
Opera seria in tre atti di Carlo Pepoli
Musica di Vincenzo Bellini
Direttore d’Orchestra Fabrizio Maria Carminati
Regia Renato Bonajuto
Personaggi e Interpreti:
- Elvira Jessica Pratt, Irina Lungu
- Lord Arturo Talbo Dmitry Korchak, Valerio Borgioni
- Sir Riccardo Forth Christian Federici, Janusz Nosek
- Sir Giorgio Carlo Lepore, Dario Russo
- Enrichetta di Francia Anna Pennisi, Sofia Janelidze
- Lord Gualtiero Valtron Gaetano Triscari
- Sir Bruno Roberton Marco Puggioni
Maestro del Coro Gianbartolo Porretta
Scene e video Arcangelo Mazza
Costumi Giovanna Giorgianni
Assistente alla regia Luigia Frattaroli
Orchestra e Coro del Teatro Massimo Bellini
Nuovo allestimento scenico
Teatro Metropolitan, 23-24 settembre 2026

photo©Giacomo Orlando
La celebrazione dell’anniversario della morte di Vincenzo Bellini, avvenuta a Puteau nei pressi di Parigi il 23 settembre 1835 in circostanze mai chiarite, è celebrata a Catania con una serie di manifestazioni che culminano con l’esecuzione di un’opera. Questa volta al Teatro Metropolitan, poiché al Teatro Massimo Bellini sono in corso lavori di adeguamento delle strutture, grande spazio concepito per la rivista. Vi debuttó la compagnia di Macario nel 1955 con “Tutte donne meno io!”, capace di 1700 posti, divisi tra platea ed un’ampia balconata; ottima visibilità da ogni angolo, come corrisponde del resto ad un moderno teatro che funge pure da sala cinematografica

photo©Giacomo Orlando
I problemi nascono con l’opera. Per l’acustica, che rende necessaria purtroppo l’amplificazione, per la mancanza del “golfo mistico”, ovvero la buca dell’orchestra che si è dovuta piazzare sacrificando alcune file di platea e per lo spazio scenico limitato, senza profondità. Poiché I Puritani è la prima opera in programma, in corso di prove si è dovuto correre ai ripari costruendo delle pedane, suscettibili di ulteriori miglioramenti per facilitare i movimenti scenici senza rischio di inciampi.

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In queste condizioni, con prove risicate e con tecnici che si misuravano per la prima volta in questo spazio, il risultato della messa in scena, volutamente e orgogliosamente tradizionale, si è rivelato un vero miracolo. Per fortuna ad occuparsene è stato un regista di lunga e provata esperienza: Renato Bonajuto; grazie alle belle scene, in parte corporee, arricchite da proiezioni, opera dell’architeto e scenografo di Vittoria Arcangelo Mazza, ai bei costumi che rispettano l’epoca in cui è ambientata l’opera, a firma della catanese Giovanna Adelaide Giorgianni, alla suggestiva illuminazione dovuta al regista stesso, Bonajuto ricrea le atmosfere, in parte tenebrose ed immerse in una natura misteriosa, per imprimere il tocco romantico all’opera. Il movimento del coro, ottimamente preparato da Gianbartolo Porretta, è sempre motivato e così l’azione sui solisti, accurata e precisa in una lettura finalmente chiara di una trama non proprio scontata. Il libretto del conte Carlo Pepoli ambienta la storia ai tempi di Cromwell, dopo la decapitazione di Carlo I, re d’Inghilterra, avvenuta nel 1649 e la fuga della di lui consorte Enrichetta di Francia, nell’opera salvata dal tenore Arturo Talbo facendola passare per la promessa sposa, da qui la follia d’Elvira che, oh stupore, rinsavisce nel finale quando realizza che l’amato sta per essere condannato a morte. Dramma tratto dalla piece teatrale Têtes rondes et Cavaliers (i nomignoli che nel Parlamento inglese identificavano i puritani, per il taglio dei capelli) di Jacques-François Ancelot e Joseph-Xavier Boniface andata in scena a Parigi nel 1833 a sua volta ispirata al romanzo di Walter Scott Old Mortality del 1816.

photo©Giacomo Orlando
Grande successo decretato del folto pubblico che ha tratto un bel sospiro di sollievo davanti ad uno spettacolo finalmente fedele al testo ed alla musica. Riproposta, va detto subito, nella quasi integralità (a farla tutta intera sfora le tre ore) dal Maestro Fabrizio Maria Carminati, il quale rappresenta un’autentica garanzia, non solo per la gestione di due cast con caratteristiche molto diverse, accompagnando e sostenendo, anticipando e respirando con i solisti come ha da essere quando si tratta d’opera in specie di Bellini, soprattutto per la grande sensibilità nel cercare i colori, con attenzione alle dinamiche, quanto mai problematiche in uno spazio “aperto” e le agogiche che richiedono passaggi dal fortissimo e marziale a suoni evanescenti e poetici, ritmi sostenuti e poi respiro ampio in quelle “melodie lunghe lunghe”, apparentemente facili da eseguire, ma che per l’orchestra costituiscono il rischio di sbavature, cadute di tono e di tensione. Grazie ad un lavoro continuo di Carminati sulla compagine orchestrale di grande equilibrio sonoro, ha raggiunto livelli notevolissimi. Una gioia per gli occhi, una festa per l’udito.

photo©Giacomo Orlando
Alla festa per Bellini hanno contribuito in maniera sostanziale due ottimi cast, entrambi eccellenti.
Trionfatrice la sera del 23, Jessica Pratt Elvira: che aggiungere a quanto già scritto su questo “usignolo australiano”, ormai italiano di fatto per matrimonio e formazione? Mi vanto di averla “scoperta”, grazie alla compianta Giovanna Lomazzi che mi convinse ad accompagnarla a Como per sentire una “nuova” Lucia di Lammermoor. Era l’ottobre del 2007, ne rimasi estasiato: “un incrocio tra la Sills e la Sutherland!”. Poi un anno dopo, a Bergamo, debuttò I Puritani. E da lì il volo. Oggi è interprete di assoluto riferimento per il puro Belcanto, inteso come purezza di suono, intensità espressiva, facilità in acuto con il Fa tenuto e luminosissimo, emissione da manuale. Oggi anche in forma fisica smagliante, il ché aggiunge fascino ad una presenza di per sè carismatica. Non mi era ancora capitato di commuovermi con Elvira, Lei ci è riuscita. Successo al calor bianco.

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Non era sola: al suo fianco brillante, eroico l’Arturo del tenore russo Dmitry Korchak. Bella e nobile linea di canto, acuto sicuro e dotato di squillo anche nel Re sovracuto, scenicamente convincente. Voce maschia, si sente che sta passando naturalmente ad altro repertorio, impegnato in breve in Lohengrin, ma si difende sempre con onore nel canto belliniano, che al tenore non fa mai sconti. Ottime le due voci basse: il triestino Christian Federici, gagliardo, appassionato Riccardo, e Carlo Lepore, accorato e paterno Sir Giorgio: voce emessa alla perfezione, rotonda e pastosa, interprete di spicco. Molto bene nei ruoli di fianco l’Enrichetta del mezzosoprano catanese Anna Pennisi, il Lord Gualtiero del baritono Gaetano Triscari e Sir Bruno del tenore Marco Puggioni.

photo©Giacomo Orlando
Questi ultimi due confermati e sempre apprezzati nel cast del 24 settembre, che pure è stato accolto da lusinghiero successo. Caratteristiche diverse anzi stimolano il risultato finale. Iniziando dal soprano russo, ma ormai italiano d’adozione, Irina Lungu, che vanta una lunga e proficua carriera internazionale e che, accettando di cantare I Puritani, ha fatto una sfida con sè stessa, vincendola alla grande. Voce adeguata al repertorio di lirico pieno, si pensi a Mimì in Bohème o a Nedda in Pagliacci, mantiene la duttilità per affrontare una parte che la impegna sia nel settore acuto che sul piano delle agilità, particolarmente esposte visto che si debbono variare tutte le riprese. La grande scena del secondo atto, culminata con recitativo aria e cabaletta, è stata memorabile.

photo©Giacomo Orlando
Due giovani talenti l’hanno affiancata: il tenore “in crescita”, artistica s’intende poiché di suo è già altissimo, Valerio Borgioni conferma una voce dal timbro bello, solare e conferisce ad Arturo una passionalità, una dolcezza nell’uso di mezze voci e curando il fraseggio e l’accento, “all’italiana”, il ché gli è valso un successo personale. Bravissimo e da non perdere di vista il 26enne baritono polacco Janusz Nosek, Riccardo: un ragazzone dalla voce notevolissima per colore e timbro, dotato di una tecnica già ragguardevole. Una bella conferma quella del più navigato Dario Russo, nei panni di Sir Giorgio Valton, cantato con nobiltà e linea vocale inappuntabile. Ottima anche l’Enrichetta del mezzosoprano georgiano Sofia Janelidze, dalla voce rotonda, ampia in zona centrale e grave, precisa e sonora nel terzetto che precede la fuga.
Una fuga nel tempo è quella che si vorrebbe fare con Bellini, morto a soli 34 anni: pensare cosa ci avrebbe potuto riservare dopo questo suo ultimo capolavoro, che anticipa stilisticamente e drammaturgicamente Verdi e Wagner, i quali attinsero da lui a piene mani. Chissà, un Don Carlo, un Olandese composti da Bellini…