I Promessi Asini, un classico di G. Valditara

Corrado Faletti Aprile 26, 2026

Il ministro Valditara è riuscito a scrivere un nuovo romanzo: i Promessi Asini!

Un libro che viste le mosse è diventato una certezza di futuro.

Ma non c’era bisogno di annullare il Manzoni, infatti Manzoni non è troppo difficile.

È la scuola che ha smesso di pretendere profondità ed il ministro sembra esserne l’interprete migliore.

C’è qualcosa di profondamente desolante, quasi simbolico, nell’idea che davanti alla difficoltà dei ragazzi nel comprendere I Promessi Sposi la risposta della politica scolastica possa essere quella di arretrare, spostare, alleggerire, ridimensionare, sostituire.

Non insegnare meglio.

Non formare docenti più preparati alla mediazione dei classici.

Non dare più tempo alla lettura lenta.

Non restituire alla scuola la dignità del pensiero complesso.

No.

Semplicemente togliere di mezzo l’ostacolo.

È la pedagogia della resa.

Secondo le ricostruzioni giornalistiche di questi giorni, nelle nuove Indicazioni nazionali per i licei il romanzo manzoniano verrebbe ridimensionato nel biennio, con la possibilità di sostituirlo con letture ritenute linguisticamente meno complesse, rinviandone l’eventuale lettura integrale o antologica agli anni successivi.

La stessa vicenda, peraltro, ha prodotto una frenata del ministro Valditara, che ha poi, nel tentativo di salvare la sua immagine, definito prematuro dare per scontata l’innovazione e ha riconosciuto che I Promessi Sposi restano formativi anche per un giovane di quattordici o quindici anni (bontà sua).

Ma il problema non è soltanto l’eventuale decisione finale.

Il problema è che una simile ipotesi sia stata considerata culturalmente praticabile ed inserita nelle indicazioni nazionali. 

Qui non siamo davanti a una normale revisione dei programmi.

I programmi si possono aggiornare, certo.

Il canone non è una lapide.

La scuola non deve trasformarsi in un museo polveroso, dove gli studenti vengono condotti in fila davanti ai monumenti letterari senza capirne il senso.

Ma una cosa è aggiornare, altra cosa è rimuovere ciò che chiede fatica perché la fatica non piace più.

Una cosa è rinnovare la didattica, altra cosa è abbassare l’asticella fino a farla coincidere con l’altezza culturale minima tollerata dal mercato dell’attenzione.

Il punto è semplice e brutale.

Se i ragazzi non capiscono Manzoni, la scuola deve insegnare loro a capirlo.

Se non comprendono la lingua, bisogna lavorare sulla lingua.

Se si annoiano, bisogna educarli alla durata.

Se inciampano nella struttura narrativa, bisogna accompagnarli dentro quella struttura.

Se faticano davanti alla complessità morale, storica, psicologica e sociale del romanzo, bisogna mostrare loro che proprio quella fatica è il luogo in cui nasce il pensiero.

Eliminare o marginalizzare un testo perché non viene capito equivale a chiudere una palestra perché gli allievi non hanno muscoli.

È un capolavoro di stupidità istituzionale, una di quelle soluzioni talmente comode da apparire moderne, mentre in realtà sono solo vecchie nel peggiore dei modi.

Vecchie perché rinunciano all’idea stessa di educazione.

Vecchie perché confondono l’accessibilità con la semplificazione.

Vecchie perché trattano i ragazzi non come intelligenze da elevare, ma come consumatori da non disturbare.

I Promessi Sposi non sono soltanto un romanzo.

Sono un laboratorio nazionale di lingua, potere, ingiustizia, paura, fede, ipocrisia, violenza, responsabilità e misericordia.

Don Abbondio non è un personaggio antico, è l’eterno burocrate della viltà.

Don Rodrigo non appartiene al Seicento, appartiene a ogni sistema in cui il privilegio crede di poter violentare la vita degli altri.

L’Azzeccagarbugli non è un relitto letterario, è l’immagine immortale di una giustizia che parla per complicare e non per chiarire.

La monaca di Monza non è una figura da antologia, è una tragedia pedagogica, familiare, sociale, religiosa e psicologica, che parla ancora oggi di costrizione, destino imposto, abuso di ruolo e identità negata.

Renzo, poi, è il popolo che impara a proprie spese quanto la rabbia senza giudizio possa essere manipolata.

Lucia è la dignità mite che resiste senza diventare complice del male.

Davvero tutto questo sarebbe troppo difficile per un quindicenne?

No.

Troppo difficile è il compito di una scuola lasciata sola, burocratizzata, impoverita, trasformata in sportello amministrativo, caricata di progetti, sigle, piattaforme, adempimenti, emergenze educative e retoriche ministeriali.

Troppo difficile è pretendere che docenti spesso malpagati, poco sostenuti, sommersi da procedure e talvolta privati del loro prestigio sociale, riescano da soli a ricostruire nei ragazzi quella familiarità con la parola che famiglia, società, politica e media hanno contribuito a distruggere.

Ma se la diagnosi è questa, allora la cura non può essere amputare il paziente.

Nell’editoriale di Betapress Il Baratro Educativo avevamo già indicato il cuore della questione.

La crisi della scuola italiana non è un incidente marginale, ma una frattura sistemica.

Lì si osservava che la scuola, quando abbassa gli standard e si rifugia in scorciatoie amministrative o soluzioni populiste, smette di formare cittadini capaci di pensare autonomamente e finisce per alimentare un modello di società più fragile, più manipolabile, più esposta alla semplificazione demagogica. 

Questa vicenda conferma esattamente quel rischio.

Il baratro educativo non si manifesta soltanto quando uno studente non sa leggere un testo.

Si manifesta soprattutto quando un ministro, una commissione, un apparato culturale o una parte dell’opinione pubblica decide che il problema non sia insegnare a leggere meglio, ma scegliere testi che facciano meno resistenza.

È qui che la scuola abdica.

È qui che il Paese firma, magari senza accorgersene, la resa della propria ambizione civile.

Naturalmente qualcuno dirà che bisogna far leggere più libri, libri più vicini ai ragazzi, libri più contemporanei, più scorrevoli, più motivanti.

Benissimo.

Facciamolo.

Nessuno sano di mente può sostenere che un ragazzo debba leggere soltanto Manzoni.

La scuola deve aprire biblioteche interiori, non chiuderle. Calvino, Pavese, Morante, Fenoglio, Primo Levi, Pasolini, Moravia, Sciascia, Ginzburg, Ortese, Buzzati, Elsa Morante e tanti altri devono abitare i percorsi scolastici con forza maggiore di quanto accada oggi.

E accanto a loro possono stare anche autori contemporanei, narrativa di genere, romanzi di formazione, letterature straniere, scritture nuove.

Ma aggiungere non significa sostituire per debolezza.

Arricchire non significa rinunciare.

Modernizzare non significa infantilizzare.

Il problema vero, infatti, non è scegliere tra Manzoni e altri libri.

Il problema è capire se la scuola italiana voglia ancora difendere l’idea che alcuni testi vadano attraversati proprio perché sono difficili. La difficoltà non è una colpa del classico.

È la sua funzione educativa.

Un testo facile conferma ciò che già siamo.

Un testo difficile ci costringe a diventare qualcosa di più.

La scuola dovrebbe servire esattamente a questo, a portare lo studente oltre la soglia del già noto, oltre la comodità del linguaggio immediato, oltre il consumo rapido dell’informazione.

Chi sostiene che I Promessi Sposi siano troppo lontani dai ragazzi dovrebbe provare a guardare davvero i ragazzi.

Vivono in un tempo dominato dalla reputazione, dall’ingiustizia percepita, dall’arbitrio dei poteri opachi, dal bullismo sociale e digitale, dalla fragilità delle relazioni, dalla paura del futuro, dall’ansia, dall’incertezza, dalla manipolazione emotiva, dalla difficoltà di distinguere verità e propaganda.

Di che cosa parla Manzoni, se non di tutto questo?

Parla di una società in cui il potente schiaccia il debole.

Parla di istituzioni che arrivano tardi. Parla di leggi che esistono ma non proteggono.

Parla di popolo manipolato dalle grida, dalle voci, dalle paure collettive.

Parla di carestia, epidemia, isteria pubblica, ricerca del capro espiatorio.

Parla della giustizia che può diventare teatro, della religione che può diventare potere, della politica che può diventare amministrazione della paura.

Manzoni non è inattuale.

Manzoni è talmente attuale da risultare imbarazzante.

Il nodo, allora, non è Manzoni.

Il nodo è il livello di ambizione che vogliamo ancora riconoscere alla scuola.

I dati sulla comprensione dei testi, del resto, non autorizzano alcuna leggerezza.

INVALSI ha segnalato nel 2025 la persistenza di divari territoriali e di difficoltà significative nell’italiano, in particolare alla fine della scuola secondaria, mentre l’OCSE, con PISA 2022, ha ricordato che solo una quota limitata di studenti raggiunge livelli elevati di competenza nella lettura, quelli che permettono di comprendere testi lunghi, astratti e controintuitivi. 

Davanti a questi dati, la risposta seria dovrebbe essere una campagna nazionale per la lettura profonda.

Più biblioteche scolastiche.

Più ore dedicate alla comprensione del testo.

Più formazione per i docenti sulla didattica della letteratura.

Più laboratori di lessico, sintassi, argomentazione, interpretazione.

Più tempo per leggere in classe, lentamente, senza la tirannia del programma da finire.

Più alleanza tra scuola e famiglia.

Più responsabilità dei media, che da anni contribuiscono a demolire la lingua pubblica con slogan, urla, semplificazioni e risse da salotto televisivo.

Invece si preferisce il gesto simbolico più povero, alleggerire.

Questa è la parola magica della decadenza educativa italiana.

Alleggerire i programmi.

Alleggerire la valutazione.

Alleggerire le letture.

Alleggerire il lessico.

Alleggerire il pensiero.

Alleggerire tutto, fino a produrre studenti leggeri non nel senso calviniano, ma nel senso drammatico di persone private di peso culturale, incapaci di reggere una frase complessa, un ragionamento lungo, una contraddizione, una pagina che chieda silenzio.

Il ministro Valditara, se davvero vuole parlare di merito, dovrebbe sapere che il merito non nasce dove si tolgono gli ostacoli cognitivi, ma dove si costruiscono strumenti per superarli.

Il merito non è dire al ragazzo “questo è troppo difficile per te”.

Il merito è dirgli “questo è difficile, ma io ti accompagno fino a quando sarai in grado di affrontarlo”.

La scuola democratica non è quella che abbassa tutto per non lasciare indietro nessuno.

È quella che alza tutti, con fatica, con metodo, con pazienza, con competenza, con severità educativa e con cura.

Perché esiste una severità buona, che non umilia, ma fonda.

È la severità del maestro che non concede allo studente di restare povero di parole.

È la severità dell’educatore che sa che un ragazzo non cresce se gli viene risparmiato ogni attrito.

È la severità di una scuola che non si inginocchia davanti alla distrazione permanente, ma la combatte con la forza antica e rivoluzionaria della lettura.

La cultura non è un buffet dove si prende solo ciò che piace.

La cultura è anche incontro con ciò che inizialmente respinge, annoia, irrita, spiazza.

Un adolescente può detestare Manzoni a quindici anni e ringraziarlo a quaranta.

Può riderne, può trovarlo lento, può combatterci, può non amarlo.

Ma intanto incontra una lingua più grande della propria, una visione morale più profonda dello slogan, una struttura narrativa più complessa del video da trenta secondi.

Intanto capisce che il mondo non è nato con lui.

Intanto entra in una tradizione, anche per contestarla.

Togliere questo incontro significa impoverire non Manzoni, ma i ragazzi.

E allora diciamolo con chiarezza.

Se la politica scolastica pensa di risolvere la crisi della comprensione eliminando ciò che non viene compreso, siamo davanti a una regressione culturale gravissima.

Con questa logica, domani toglieremo Dante perché la lingua è ardua, Leopardi perché il pensiero è doloroso, Machiavelli perché è ambiguo, Verga perché è distante, Pasolini perché è scomodo, Primo Levi perché costringe alla memoria, la Costituzione perché contiene parole che vanno spiegate, e magari anche la matematica perché alcuni studenti non la capiscono immediatamente.

Una scuola così non sarebbe inclusiva.

Sarebbe dimissionaria.

L’inclusione autentica non consiste nel togliere profondità, ma nel dare a tutti il diritto di accedervi.

Il figlio della famiglia colta, Manzoni lo incontrerà comunque, in casa, nei libri, nelle conversazioni, nei contesti educativi privilegiati.

Il figlio della famiglia fragile, se la scuola rinuncia, perderà anche quell’occasione.

Ogni volta che la scuola pubblica abbassa l’asticella in nome di una falsa protezione, non aiuta i deboli. Li condanna a restare dove sono.

E questa non è pedagogia progressiva, è classismo travestito da pragmatismo.

Il Paese dovrebbe ribellarsi a questa idea miserabile di istruzione.

Dovrebbero ribellarsi i docenti, perché viene implicitamente detto loro che non sono in grado di guidare gli studenti dentro un classico.

Dovrebbero ribellarsi i genitori, perché ai loro figli non serve una scuola più facile, serve una scuola più forte.

Dovrebbero ribellarsi gli studenti stessi, perché trattarli come incapaci di comprendere Manzoni significa offenderli prima ancora di educarli.

Il problema dell’Italia non è che i ragazzi non capiscono I Promessi Sposi.

Il problema è che troppi adulti hanno smesso di credere che possano arrivare a capirli.

E questa, più che una riforma, è una confessione di fallimento.

Betapress non può che contestare con forza questa deriva.

La scuola non deve diventare il luogo in cui si certifica la debolezza culturale del presente.

Deve essere il luogo in cui quella debolezza viene combattuta.

Non deve inseguire il livello medio prodotto da social, disattenzione, impoverimento linguistico e diseducazione collettiva.

Deve contrastarlo.

Non deve chiedersi quale libro sia abbastanza facile per non disturbare gli studenti.

Deve chiedersi quali strumenti manchino perché gli studenti possano affrontare ciò che oggi sembra loro difficile.

Manzoni non va salvato dalla scuola.

Sono i ragazzi che vanno salvati da una scuola che non osa più portarli fino a Manzoni.

E se Valditara pensa ché questa azione “dismissiva” delle opere classiche italiane sia la giusta strada, forse è meglio se si dimette lui.

E se la politica non lo capisce, allora il baratro educativo non è più un rischio.

È già il paesaggio in cui stiamo camminando.

redazione@thevoicekw.com

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