ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI UMBERTO II – RE E GENTILUOMO

18 MARZO 1983 

🇮🇹

 ANNIVERSARIO DELLA MORTE DI UMBERTO II – RE E GENTILUOMO

Roma, 18 marzo 1983
Il Ministro della Real Casa Falcone Lucifero dichiarava all’ANSA:
«Oggi, a Ginevra, alle ore 15 e 35, il Re Umberto si è spento.
L’ultima Sua parola percepita è stata: “ITALIA”».

Le esequie si celebrarono il 24 marzo presso l’Abbazia di Hautecombe in Savoia, alla presenza della consorte Regina Maria José e di tutta la Famiglia Reale di Casa Savoia.
Commovente fu l’accorrere da ogni parte d’Italia di monarchici e non, di ogni età e ceto sociale, che rimasero per ore all’aperto, sotto una pioggia battente, nel piccolo piazzale antistante l’Abbazia, impossibilitati ad accedervi perché completamente gremita. Alle esequie parteciparono tutte le Famiglie Reali delle monarchie europee, nonché ex Sovrani.
La sua morte fu completamente ignorata dalla Repubblica italiana, e nessuna autorità si sentì in obbligo di rappresentare ufficialmente la Nazione su cui Umberto aveva regnato, dando così al mondo intero un raro esempio di disumanità e di cinismo.
Nemmeno la TV di Stato trasmise i funerali.
Se non rispetto, bisognava avere almeno pietà! Il Re era stato condannato una seconda volta, dopo l’esilio, anche da morto.
L’unica manifestazione di cordoglio in Italia era stata, il 20 marzo, quando i giocatori della Juventus, squadra del cuore del Re, portarono la fascia nera al braccio nella partita contro il Pisa, perché, disse Gianni Agnelli “… abbiamo voluto ricordare un uomo che ha molto sofferto con dignità, pagando per colpe non sue”.
Ai “mutilatini” Umberto donò Villa Savoia, alla Banca d’Italia i gioielli della Corona, tra i quali si trovano i diademi della Regina Elena, Margherita e quello indossato dalla Regina Maria Josè il giorno delle nozze, il cui valore supera di gran lunga quello delle proprietà e dei castelli confiscati dalla Repubblica italiana.
Al Pontefice, il tesoro più prezioso di Casa Savoia, quella reliquia su cui il mondo si interroga da duemila anni: la Santissima Sindone di Nostro Signore.
Sulle qualità di Re Galantuomo, tra le altre, mi piace riportare le significative descrizioni di tre autorevoli esponenti della cultura e della politica.

– Benedetto Croce: “Le nostre radici sono nella Monarchia: essa è necessaria all’Italia, e ci confortano molto la personalità e le qualità di Re Umberto II”.

– Luigi Einaudi: “Il Re, sin dal primo giorno della Luogotenenza, è stato un esempio di coscienza del dovere, di spirito democratico, di correttezza costituzionale”.

– Geno Pampaloni (1983): “ …è stato un uomo silenzioso, discreto, riservato, non toccato dal morbo ormai intollerabile della intervistomania, dell’esibizionismo e della chiacchiera. Conduceva una vita modesta, era fedele al suo ruolo, con stile, coerenza e senza iattanza. E’ morto da Re; seppure lacerato dalla nostalgia per la sua terra, non ha mai sottoscritto, neppure nei giorni stremati dalla malattia che lo indeboliva, una qualsiasi parola di abdicazione o di resa. In sostanza era una persona per bene, che ha dimostrato, nel giugno del ’46 e nei trentasette anni trascorsi d’allora, di anteporre il bene della Nazione a quello della dinastia. Non era uomo di potere, anzi la sua signorile mitezza appariva improntata al contrario della sete di potere. La memoria che lascia è una memoria di pulizia, resa più umana e familiare dalla lunga malinconia dell’esilio…”.

Umberto fu una persona estremamente semplice e pacata, di idee chiare, e molto simile ai sovrani delle attuali monarchie europee.

Umberto di Savoia scelse la via dell’esilio senza abdicare, e partì, esule, come “Conte di Sarre”: preferì il titolo più piccolo e anonimo, lui che era il più titolato al mondo, con ben 137 predicati nobiliari: oltre che Re d’Italia, era, tra l’altro, anche Re di Cipro, di Gerusalemme, Duca di Savoia, del Monferrato, Vicario del Sacro Romano Impero, Conte di Nizza, Earl of Richmond, Conte di Ginevra, ecc.
Seppe portare la croce dell’esilio con grande dignità, suscitando rispetto anche negli avversari.

Il suo motto “l’Italia innanzitutto” seppe viverlo attraverso la sua persona ed il suo comportamento sempre con grande stile.
Non vi fu occasione né evento drammatico in cui non fece sentire la sua presenza agli Italiani, se pur in esilio.
Curiosa analogia, nella scelta dell’esilio portoghese, che fa pensare alla figura di Carlo Alberto, Re di Sardegna, che aveva abdicato al trono dopo la sconfitta di Novara.

Il programma di Re Umberto si sintetizza nelle parole “autogoverno del popolo e giustizia sociale” (Lettera al Presidente del Consiglio De Gasperi, del 16/4/46).
A tale riguardo un preciso significato lo ebbe appunto la scelta di Falcone Lucifero come suo ministro, il quale, giovanissimo, aveva militato nelle fila del partito socialista di Giacomo Matteotti.

Ricordiamo inoltre che nel periodo della sua Luogotenenza, tra l’altro, diede vita allo statuto autonomo della Regione Sicilia, abolì la pena di morte, concesse il suffragio alle donne e istituì la Festa della Liberazione del 25 aprile.

Umberto si distinse anche personalmente nella guerra di liberazione dal nazifascismo, a partire dalla prima battaglia di Montelungo dell’8 dicembre 43, che peraltro segnò la riscossa dell’esercito italiano dopo l’8 settembre.
Anche a Monte Marrone risaltarono il suo valore e il suo coraggio.

E’ tempo che il Re Umberto e la Regina Maria José, che ad oggi sono sepolti ad Altacomba, invece che al Pantheon di Roma, possano finalmente riposare nella nostra Italia.

Chi scrive queste righe ha l’onore di presiedere il Gruppo Savoia, associazione fondata nel lontano 1962 dal compianto Cav.Gr.Cr. Franco Mattavelli, per volontà e con la regia proprio del Re Umberto II.
Non si può non ricordare che al Gruppo Savoia Re Umberto personalmente, anche tramite il figlio, il Principe Vittorio Emanuele, ha sempre dimostrato grande affetto e vicinanza. I soci del Gruppo Savoia si sono spesso recati a Cascais presso Villa Italia per far visita e rendere omaggio al Re, ed anche in quelle occasioni Umberto II non ha mai mancato di manifestare, con calore, il rispetto e la stima che nutriva nei confronti dell’Associazione.

«La  sua vita fu nobile, e gli elementi erano
così ben composti in lui che la Natura potrebbe alzarsi
e proclamare al mondo: “Questo fu un uomo!”»
(W.Shakespeare, Giulio Cesare, v, 5)

Santino Giorgio Slongo

redazione@thevoicekw.com

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